L'ESPERANTO E L'UNIONE POLITICA EUROPEA 1. Unità e diversità. Il Movimento Esperantista ha sempre guardato  con favore al processo dell'unificazione europea.  Europa significa per gli esperantisti la fine di secoli  di guerre, l'unione di popoli diversi e pur fratelli, la  ricerca delle comuni radici storiche e culturali, più  solide e profonde dei motivi di divisione e di lotta  che tanto sangue hanno sparso sui campi di  battaglia del Vecchio Mondo. Ma costruire l'Europa è difficile: non basta un  mercato unico e neppure un'unica moneta;  l'Europa è fatta di tanti popoli, di tante culture, di  tante lingue. Trovare l'unità nel rispetto della  diversità è la grande scommessa del XXI  Secolo.  Solo un'Europa di eguali può resistere alla forza  disgregatrice dei particolarismi. Un'autentica unità sarà possibile solo quando inglesi, francesi,  tedeschi, italiani - ma anche sloveni, polacchi, danesi, greci... - si sentiranno europei pur  continuando ad essere se stessi. 2. La lingua e l'identità di un popolo.  E il problema della lingua non è secondario. La lingua rappresenta l'identità culturale di un popolo.  Quando gli imperialismi e le dittature vogliono cancellare l'identità di un popolo, cercano innanzitutto  di togliergli la lingua. Anche le grandi federazioni di Stati si sono formate intorno ad un riferimento  linguistico comune. La Svizzera rappresenta l'eccezione che conferma la regola.  La Comunità europea ha così ben capito il problema che in tutte le occasioni più importanti ha  sempre ribadito in modo ufficiale che tutte le lingue della Comunità possiedono uguale dignità e che  il plurilinguismo è l'unica politica linguistica in grado di garantire l'uguaglianza culturale. L'auspicio è  che ogni cittadino europeo conosca, oltre alla lingua materna, almeno due altre lingue tra le 25  riconosciute ufficialmente dalla Comunità.  Bei principi! Ma la realtà è diversa. Gestire un patrimonio di 25 lingue non è uno scherzo.  Equiparare la lingua della Germania con quella dell'isola di Malta è quasi impossibile. E così la  scelta delle lingue di lavoro privilegia le nazioni più grandi e politicamente più importanti. Di fatto la  lingua più usata è l'inglese, seguito dal francese e, a maggior distanza, dal tedesco, con buona  pace di tutti i proclami che predicano l'uguaglianza e la pari dignità!    III. L'egemonia dell'inglese.   Per molti il problema è già risolto: impariamo tutti l'inglese e  non se ne parli più. Ma dove andrebbero a finire  l'uguaglianza e le pari opportunità tra tutti i cittadini  europei? Un cittadino britannico non sarebbe un po' più  "eguale" degli altri? E un nostro figlio avrebbe le stesse  opportunità di un giovane inglese in un concorso europeo e  nel mercato del lavoro?   Considerazioni pratiche a cui se ne aggiungono altre non  meno significative, d'ordine psicologico, politico   ed  economico.   - accettare la lingua di uno dei componenti dell'Unione  significa implicitamente riconoscergli una superiorità  culturale e politica che la suscettibilità degli altri partner  non riuscirebbe a sopportare.    - L'inglese è la lingua meno "europea", poiché la ragione  principale della sua fortuna è oggi la sua appartenenza al  sistema egemonico della maggiore potenza mondiale, gli  USA. Ma se l'Europa riuscirà a diventare una grande  federazione in grado di competere con gli Stati Uniti,  sarebbe paradossale che accettasse di misurarsi con loro  usando il loro strumento di comunicazione, cioè la loro  lingua.   - Non sottovalutiamo l'effetto culturale che in ogni tempo  l'egemonia della maggiore potenza produce sulle altre  culture. Il colonialismo ha dimostrato che il dominio economico e politico si è sempre risolto  nell'assimilazione culturale e linguistica dei popoli colonizzati. Ma la cosa più sconcertante è che  questo processo non ha bisogno di un'azione violenta, poiché le culture subalterne annoverano tra  le loro massime aspirazioni rendersi il più possibile simili ai dominatori, a partire dalla lingua che è il  veicolo della loro cultura. Ciò sta avvenendo anche oggi in Europa e nel mondo: una sorta di  colonizzazione culturale che trasforma la società americana, con la sua cultura, i suoi valori e la sua  lingua, in un modello da imitare per tutti. E' ormai chiaramente dimostrato che la lingua inglese sta  spazzando via molte lingue più deboli ed intacca fortemente anche la peculiarità di quelle più forti. Il  mondo globalizzato sarà un mondo monoculturale? E quale sarà la sorte della ricchezza culturale e  linguistica dell'Europa?      - Un ricercatore dell'Università di Ginevra, il prof. Grin, su incarico della Commissione Europea ha  fatto uno studio per comprendere la rilevanza economica dell'egemonia linguistica. Dai suoi calcoli  risulta che l'attuale ruolo internazionale dell'inglese frutta alla Gran Bretagna un introito annuo di  circa 18 miliardi di euro. Naturalmente sono gli altri Paesi che devono sostenere un egual costo.     4. Un'utopia possibile.   Riassumendo, il problema che oggi affanna  la politica linguistica dell'Europa è il  seguente: valorizzare allo stesso modo tutte  le lingue, con grandi costi e notevoli difficoltà  pratiche, oppure puntare su una lingua di  comunicazione (l'inglese) con grave  pregiudizio per l'identità e l'eguaglianza dei  cittadini europei ed il rischio di una specie di  colonizzazione culturale  angloamericana?    Per noi esperantisti c'è una terza via e si  tratta della più semplice e meno costosa:  una lingua internazionale ausiliaria, facile e  neutrale: l'esperanto, appunto.  La lingua di Zamenhof è la più democratica  perché garantisce l'uguaglianza e le pari  opportunità. Essa è di tutti e di nessuno, è  facile anche per persone di modesta cultura, non tocca la suscettibilità di nessun popolo, non mette  a rischio l'identità degli Europei, non costituisce un vantaggio o un danno economico per nessun  Paese.   Ma perché gettare al macero la realtà di una comunicazione internazionale mediante la lingua  inglese che ai nostri giorni è la più praticata in confronto con le altre?    A questa obiezione rispondiamo così: 1. La diffusa conoscenza di una lingua (qualunque essa sia, quindi anche l'inglese) è una ricchezza  per qualsiasi società e in ogni caso non costituisce uno spreco di energie, ma una risorsa preziosa.  2. Molti in Europa parlano l'inglese, ma si tratta pur sempre di un'esigua minoranza rispetto alla  moltitudine che di fatto è esclusa da qualsiasi possibilità di comunicazione internazionale. Ma è  questa un'esigenza sempre più sentita che presto esploderà in tutta la sua forza.  3. Qualsiasi piano che si ponesse lo scopo di promuovere una campagna per         dare agli europei una lingua comune, con l'esperanto realizzerebbe un enorme risparmio di tempo e  di denaro e assai rapidamente otterrebbe risultati impossibili per qualsiasi altra lingua.    "Ma questa è un'utopia! - esclama il benpensante.    Strano che la soluzione più semplice e razionale debba sembrare utopica! Si tratta, invece,  di un  problema squisitamente politico, visto che ormai nessuno può seriamente mettere in discussione la  capacità dell'esperanto di assolvere a tutte le esigenze della comunicazione.   Basta che gli Stati si  mettano d'accordo sulla scelta di una  comune politica linguistica fondata sulla promozione   dell'esperanto. Ma è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?    Non dobbiamo essere così pessimisti: la storia ci ha abituato a incredibili sorprese. Pensate: nel  1942, mentre nel mondo infuriava la guerra più sanguinosa che la storia ricordi, mentre il fumo di  Auschwitz accecava gli occhi dell'umana ragione e la Germania teneva la Francia sotto il giogo  della sua occupazione per la terza volta in settant'anni, due prigionieri politici, Spinelli e Rossi,  relegati in un'isoletta sperduta in mezzo al Mediterraneo, proponevano al mondo un progetto di  libertà e di uguaglianza in un'Europa federalmente unita. Utopia! Anzi, follia! Ma appena 15 anni più  tardi, nel 1957, proprio la Germania e la Francia insieme all'Italia e al Benelux firmavano i trattati di  Roma e davano vita alla Comunità Europea. Gli uomini non sono poi così sciocchi!