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“Doktoro Esperanto”, la storia di un sogno diventato realtà

verkita de Daniele BINAGHI, je dimanĉo 13/04/2008
publikigita en la revuo n° 4/85 (luglio - agosto 2008), en la rubriko Intervjuo
II doktoro Esperanto è Lejzer Ludvik Zamenhof e questa è la sua storia. La storia di un uomo che vuole dare al mondo una voce unica, una voce umana...” Questo è l’incipit della presentazione di Doktoro Esperanto, lo spettacolo teatrale che dalla primavera del 2007 Mario Migliucci, suo sceneggiatore ed interprete, porta in giro per tutta Italia.

Mario, chi è veramente il Doktoro Esperanto? E qual’è il suo scopo?

“Doktoro Esperanto” è lo pseudonimo che Zamenhof, l’ideatore nel 1887 della Lingua Internazionale, scelse per pubblicare la sua prima grammatica; la lingua venne poi chiamata Esperanto in suo onore. Si tratta di una lingua artificiale, nata con lo scopo di dar vita sul piano linguistico ad un terreno neutrale di comunicazione; una lingua che andasse oltre le differenze accumulatesi in millenni di storia umana, e che cercasse soprattutto le assonanze, e su queste si basasse. Una lingua facile da imparare e che come un metaforico ponte permettesse un ‘autentica comprensione reciproca tra gli uomini di buona volontà. Una lingua sorretta da un ideale, l’Homaranismo (in esperanto Homaro significa umanità) che considera l’uomo in quanto uomo, con le stesse comuni aspirazioni di fondo ad ogni latitudine, un ideale che mette al bando qualsiasi forma di fanatismo e che invece, partendo dalla valorizzazione delle singole culture, ne permetta e favorisca un reale scambio.

Che immagine da, il tuo spettacolo, di Zamenhof? Idealista, serio pensatore, genio... E che immagine scaturisce dalle pagine dei carteggi di Zamenhof?

Mi sono avvicinato alla figura di Zamenhof leggendo la biografia di V. Lamberti Una voce per il mondo; mi ha attratto la storia di quest’uomo che ha vissuto sempre tenendo fermo il suo ideale, un ideale di fratellanza, di comprensione umana. Zamenhof è stato certo quindi un idealista, ma non cieco, tanto da illudersi di poter cambiare all’improvviso gli uomini e il mondo. Con l’esperanto, Zamenhof ha voluto offrire a ogni singolo uomo, a partire da se stesso, uno strumento di conoscenza, di crescita individuale. L’ho visto allora come un laborioso artigiano, felice a lavoro fatto, di poter mettere a disposizione di chi lo volesse il frutto del suo appassionato lavoro. Dalla biografia di Lamberti mi è piaciuto in particolare prendere le lettere tra Lejzer e suo zio Joseph, prezioso e fedele sostenitore, a volte complice severo, e su queste costruire quindi l’ossatura dell’intero monologo.

Nell’introduzione allo spettacolo si parla delle lingue come dei confini. Che tipo di confini sono? E sono davvero dei muri?

Sì, le lingue continuano a essere dei confini naturali non meno impegnativi da superare di una catena montuosa, un fiume o un tratto di mare. Per andare oltre questi abbiamo treni, ponti, aerei, cellulari. Per dominare un confine linguistico occorre voler conoscere veramente una lingua altrui; anzi, più se ne conoscono, più muri si possono abbattere. Come sappiamo, in Italia siamo ancora terribilmente indietro da questo punto di vista. L’aspetto più interessante dell’esperanto è proprio questo: io potrò imparare benissimo lo spagnolo o il russo, ma non potrò mai parlare veramente come uno spagnolo o un russo; l’esperanto, invece, mette tutti sullo stesso piano, fa partire tutti dalla stessa linea, e chi parte cronologicamente più tardi ha intatte di fronte a sé le possibilità di recupero.

Nello spettacolo si parla anche della volgarizzazione delle lingue vincenti, imposte o no. E’ una cosa inevitabile?

Credo che la volgarizzazione sia un rischio inevitabile e, in parte, fecondo per una lingua ad ampia diffusione. Di più: è un processo naturale.

E non è qualcosa che rischia ogni lingua, esperanto compreso?

Per quel che ne so, mi pare che anche l’esperanto, nei suoi limiti, sia andato incontro nella sua storia a questa possibilità, dimostrandosi così una lingua viva, fatta di parole e fiato umano.

Detto altrimenti: non si corre il rischio che i mattoni del ponte che Zamenhof vuole costruire vengano invece impiegati per costruire nuovi muri, o peggio ancora una nuova torre di Babele?

Una questione interessante nella stesura del testo si è rivelata proprio la storia della torre di Babele e l’immagine che nei secoli l’ha accompagnata. Si associa a Babele, oltre che l’arroganza umana nello sfidare Dio, la confusione linguistica e l’incomprensione reciproca; mentre se leggiamo la Bibbia vediamo che gli uomini che decisero di costruire la torre parlavano un’unica lingua, con le stesse parole, e proprio per questo Dio li volle punire, confondendone per sempre il linguaggio. Perché e perché gli uomini per farsi un nome e tenersi uniti progettano la torre? Sono queste le domande che si perpetuano nei millenni. Penso che l’esperanto, per la sua origine, non correrebbe il rischio di farsi a sua volta muro, premesso che la lingua è sempre uno strumento e che quindi tutto dipende dall’uso che se ne fa.

E tu, che uso ne fai? Come te la cavi con le lingue?

Sono messo piuttosto male, purtroppo. Conosco l’inglese a livello medio, più altri progetti abortiti di imparare tedesco e francese. Per quanto riguarda l’esperanto, me ne definirei un curioso e simpatizzante più che un vero e proprio esperantista, tanto più che non sono ancora in grado di sostenere una conversazione fluentemente.

Eppure, sei riuscito a realizzare uno spettacolo che piace, a quanto pare, ai non-esperantisti almeno tanto quanto piace agli esperantisti. Qual è il segreto?

Sinceramente non avevo mai sentito neppure parlare di Zamenhof, quando ho cominciato a scrivere il testo; ero però sempre stato affascinato dall’idea dell’esperanto, e leggendo la biografia di Lamberti, mi è piaciuta la sua storia e ho voluto farla in qualche modo mia. Forse, il pubblico fa lo stesso, e si cala anch’esso nei panni di quest’omino con gli occhiali che fabbrica il suo strumento e lo offre a chiunque lo voglia adoperare.


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